
In ricordo di Jürgen Habermas
Ci lascia a 96 anni uno dei filosofi tedeschi più influenti del secondo dopoguerra, ultimo esponente della Scuola di Francoforte
Ci ha lasciati, a 96 anni, il filosofo tedesco Jürgen Habermas, esponente della seconda generazione della Scuola di Francoforte. Nato a Düsseldorf nel 1929 e deceduto a Starnberg nella Germania meridionale, si era definito più volte "allievo" di Erich Rothacker, Oskar Becker, Nicolai Hartmann, Wilhelm Keller, Theodor Litt, Johannes Thyssen e Hermann Wein. Intellettuale poliedrico che spaziò tra la filosofia e la sociologia, tra l'epistemologia e la politologia, Habermas apparteneva - con Hans Magnus Enzensberger e Gunter Grass - a quella schiera d'intellettuali che hanno fatto la storia del pensiero critico tedesco. Dopo aver studiato a Gottinga e a Zurigo, aveva conseguito il dottorato a Bonn nel 1954, per poi essere avvicinato nel 1956 da Theodore W. Adorno che lo invitò a entrare a far parte dell'Institut fur Soziale Forschung (Istituto per la Ricerca Sociale), che riapriva i battenti mentre la Germania si riprendeva a fatica dagli strascichi del periodo nazista.
Nel decennio successivo egli divenne uno dei punti di riferimento del movimento studentesco, che lo salutò inizialmente come un suo illuminato ispiratore. Il vento tuttavia mutò nel 1967 quando, in aperto contrasto con la violenza e il radicalismo di certe azioni, Habermas accusò il leader studentesco Rudi Dutschke di aver favorito una sorta di "fascismo di sinistra". Una delle tante definizioni ideate dal filosofo, quali per esempio la "rivoluzione della ripresa" per commentare la caduta del muro di Berlno e la riunificazione della Germania, e "patriottismo costituzionale" per illustrare la crisi d'identità della sua patria ancora lacerata dagli orrori hitleriani.
Quanto alla carriera accademica, fu sino al 1964 docente di filosofia all'Università di Heidelberg, quindi sino al 1971 professore di filosofia e sociologia all'Università Goethe di Francoforte. Trasferitosi a Starnberg nei pressi di Monaco, presiedette assieme a Carl Friedrich von Weizsäcker il "Max-Planck-Institut per la ricerca delle condizioni vitali del mondo tecnico scientifico". Nel 1983 rientrò poi a Francoforte, vedendosi assegnare la cattedra di filosofia con specializzazione in filosofia sociale e filosofia della storia e nel 1994 fu nominato professore emerito. Dal 1983 curò il periodico mensile di scienze politiche "Blätter für deutsche und internationale Politik". Nel 2001 ricevette il premio per la pace delle "Librerie Tedesche"; nel 2003 il "Premio Principe delle Asturie"; nel 2004 il "Premio Kyōto" per la carriera, uno dei riconoscimenti più rilevanti per la cultura e la scienza.
In merito alle pubblicazioni, la sua opera principale è ritenuta essere "Theorie des kommunikativen Handelns" ("Teoria dell'agire comunicativo"). Data alle stampe nel 1981, la disamina in due volumi vede Habermas elaborare il concetto di una comunicazione libera da rapporti di potere. Ancora attualissima la sua opera "Strukturwandel der Öffentlichkeit. Untersuchungen zu einer Kategorie der bürgerlichen Gesellschaft", tradotta in italiano per i tipi di Laterza con il titolo "Storia e Critica dell'Opinione Pubblica" da Augusto Illuminati, Ferruccio Masini e Wanda Perretta, a cura di Mario Carpitella. In tale analisi, Habermas sottolinea come il dibattito politico si sia progressivamente svilito e svuotato di significato divenendo in ultima analisi funzionale al potere e alla rappresentazione strumentale al proprio mantenimento. La sua ultima opera di rilievo - in due volumi - è stata "Auch eine Geschichte der Philosophie", tradotta in italiano a cura di L. Corchia e W. Privitera con il titolo "Una storia della filosofia. Genealogia del pensiero postmetafisico", nella quale il filosofo tedesco analizza il processo di secolarizzazione e i suoi limiti.
Habermas non fu immune dall'ostilità dei suoi pari, che in alcuni casi lo accusarono di aver piegato la teoria critica a un'aperta giustificazione del Stato, quando invece inizialmente essa si poneva l'obiettivo di evidenziare gli elementi negativi dei rapporti di potere.
Marco Zonetti per Il Tempo, 15 marzo 2026